Chiunque abbia frequentato i sentieri d’alta quota delle nostre montagne ha, almeno una volta, sognato l’incontro con lui. Se si è abbastanza fortunati, alzando lo sguardo verso le creste frastagliate contro il cielo azzurro, potrete ammirare la silhouette inconfondibile dalle grandi corna ricurve. Stiamo parlando dello stambecco delle Alpi (Capra ibex), un animale che per noi italiani è molto più di un semplice abitante delle rocce: è il simbolo della natura selvaggia che resiste, l’icona della verticalità e della forza. Fin dai tempi antichi, la sua figura ha dominato l’immaginario collettivo, passando dall’essere quasi cancellato dalla faccia della terra a divenire l’emblema del successo nella conservazione naturalistica.
Oggi impareremo a conoscere meglio questo sovrano delle vette, esplorando la sua biologia straordinaria, le leggende che lo circondano e le sfide che ancora deve affrontare per garantire il suo futuro sulle nostre amate Alpi.

Mamma e capretto di stambecco Alpino (Capra ibex) – © wildani_photo
Un atleta nato per la verticalità
Lo stambecco appartiene alla famiglia dei Bovidi e alla sottofamiglia dei Caprini. È un animale dalla corporatura robusta e compatta, progettata non per la velocità in pianura, ma per la potenza in salita. Le dimensioni variano notevolmente tra i sessi, evidenziando un marcato dimorfismo sessuale. I maschi adulti possono pesare tra i 65 e i 115 kg, con un’altezza al garrese che tocca i 65-100 cm. Inoltre i maschi possiedono un ventre più scuro, la barba sul mento, coda nera e specchio anale bianco. Le femmine, decisamente più minute ed eleganti, pesano circa la metà, tra i 40 e i 60 kg. Il tratto distintivo che rende il maschio inconfondibile sono senza dubbio le maestose corna. A differenza dei cervi, che perdono i palchi ogni anno, le corna dello stambecco sono perenni: costituite da un astuccio corneo che riveste una cavità ossea, crescono per tutta la vita dell’animale. Possono raggiungere lunghezze impressionanti, superando il metro e arrivando a pesare diversi chilogrammi. Osservando attentamente le corna, è possibile leggere la storia dell’animale: i vistosi “nodi” sulla parte anteriore e gli anelli di accrescimento su quella posteriore ci rivelano l’età dello stambecco, che in natura può raggiungere i 15-20 anni. Le femmine possiedono anch’esse le corna, ma sono molto più corte (circa 20-30 cm) e lisce, sufficienti per difendersi ma meno ingombranti per la cura dei piccoli.È un ruminante altamente specializzato, il suo sistema digestivo gli consente di assumere cibo vegetale ricco di fibre grezze che comprende maggiormente graminacee.
Lo stambecco alpino, che risiede fino a 3200 metri di altitudine, ben al di sopra del limite della vegetazione arborea, è un eccezionale arrampicatore. Questi ungulati possono essere osservati stazionare su pareti di dighe con pendenze che raggiungono il 60%. I loro zoccoli sono provvisti di cuscinetti che assicurano una maggiore aderenza, e la parte posteriore del ginocchio presenta callosità che la proteggono dalle asperità rocciose del loro habitat. questo “superpotere” dello stambecco che risiede nei suoi zoccoli, è un vero capolavoro di ingegneria evolutiva:
la parte esterna è costituita da un unghia a U rigida e resistente, perfetto per fare presa sulle minime sporgenze di roccia, mentre la parte interna è un cuscinetto gommoso ed elastico che agisce come un “freno” naturale, aumentando l’attrito e prevenendo le scivolate anche su pendenze vertiginose. Gli occhi dello stambecco, posti lateralmente, garantiscono un ampio campo visivo per individuare le minacce, mentre il suo olfatto e udito sono estremamente sviluppati. Il mantello cambia con le stagioni: in estate è corto e di colore marrone-beige per disperdere il calore, mentre in inverno diventa folto, scuro e lanoso per assorbire i raggi solari e proteggere l’animale dalle temperature gelide delle alte quote.
La loro dieta comprende erbe, arbusti nani e germogli di conifere, le cui proporzioni variano in funzione della stagione. Il periodo riproduttivo è caratterizzato da una gerarchia di dominanza che disciplina l’accesso alle femmine. I maschi di rango superiore seguono e sorvegliano le femmine recettive all’accoppiamento fino al successo dell’atto riproduttivo. I maschi di rango inferiore, al contrario, stazionano nelle vicinanze, attendendo un’opportunità propizia. Generalmente, solo i maschi dominanti riescono a riprodursi annualmente. Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, le femmine partoriscono un capretto, o in rare circostanze due, capretti.
Al di fuori della stagione riproduttiva, gli stambecchi manifestano un comportamento sociale e vivono in branchi distinti per sesso. I branchi femminili, relativamente stabili, sono costituiti da femmine adulte e dalla loro prole. I branchi maschili, invece, presentano una struttura più fluida. I confronti tra i maschi sono finalizzati a stabilire una gerarchia permanente che regola l’accesso alle risorse limitate.
Nel loro ambiente naturale, non hanno predatori naturali l’unica minaccia è il bracconaggio, lo stambecco non è un animale aggressivo e a volte tende ad avvicinarsi all’uomo , in questo caso è di vitale importanza non nutrirlo. Se si sentono minacciati i maschi per avvisare il gruppo emette una specie di fischio acuto, che in realtà è l’effetto della fuoriuscita dell’aria dalle narici a bocca chiusa. Durante la stagione invernale, gli stambecchi trovano rifugio dalla neve alta transitando su ripidi pendii rocciosi e sui margini dei burroni.
Ciononostante, l’esistenza in ambiente montano comporta dei rischi: numerosi stambecchi soccombono travolti da valanghe. Inoltre, sono soggetti a una patologia oculare infettiva che causa cecità, alla quale è imputata una caduta fatale su tre. Nonostante tali avversità, le popolazioni sono in crescita, e in presenza di abbondanza alimentare, e fino al 95% dei giovani stambecchi raggiunge l’età adulta.

Simbolo venerato, simbolo minacciato
Dalle leggende magiche alla medicina antica Lo stambecco ha sempre esercitato un fascino magnetico sull’uomo, ma questo in passato è stato la sua condanna. Nel Medioevo e nei secoli successivi, lo stambecco non era visto solo come una preda alimentare, ma come una farmacia ambulante. La medicina popolare e la superstizione attribuivano poteri miracolosi a quasi ogni parte del suo corpo. Le corna polverizzate erano considerate un rimedio contro l’impotenza e i veleni; il sangue era usato per curare i calcoli vescicali; persino lo stomaco bezoario (una concrezione che si forma talvolta nel loro apparato digerente) era ritenuto un talismano potentissimo. Ma la credenza più diffusa riguardava il cosiddetto osso del cuore (una piccola cartilagine ossificata che si trova nel cuore degli ungulati anziani) si credeva proteggersi dalla morte violenta e portasse fortuna incredibile. Queste credenze, unite alla caccia spietata per la carne, portarono la specie sull’orlo del baratro. Nella cultura astrologica, lo stambecco è associato al segno del Capricorno, simbolo di tenacia, ambizione e capacità di scalare le vette più impervie della vita partendo dal basso. Rappresenta la stabilità della terra e la capacità di superare gli ostacoli con pazienza e determinazione. Anche nell’arte rupestre della Val Camonica, troviamo incise figure di stambecchi, a testimonianza di come questo animale fosse venerato (o cacciato) dalle popolazioni preistoriche alpine, che vedevano in lui uno spirito guida delle montagne.
La storia dello stambecco è una storia a lieto fine, ma che ha rischiato di trasformarsi in tragedia. All’inizio del XIX secolo, lo stambecco era praticamente estinto in tutto l’arco alpino. La caccia indiscriminata e l’uso delle armi da fuoco avevano decimato le popolazioni. Ne rimanevano poche decine di esemplari (si stima meno di 100) confinati in un’unica area: le valli del massiccio del Il Grande Paradiso, tra Piemonte e Valle d’Aosta. La svolta arrivò grazie a una decisione storica, seppur nata per scopi venatori: nel 1856, il Re Vittorio Emanuele II dichiarò quelle montagne “Riserva Reale di Caccia”, proteggendo di fatto gli ultimi stambecchi rimasti dai bracconieri comuni. Solo il Re poteva cacciarli, e questo paradosso permise alla popolazione di riprendersi lentamente. Nel 1922, quella riserva divenne il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il primo parco nazionale italiano. Da quel piccolo nucleo originario, grazie a decenni di progetti di reintroduzione e traslocazione, lo stambecco è stato riportato in tutto l’arco alpino, dalla Francia alla Slovenia fino alla Svizzera poiché l’animale sopravviveva in Italia, la Svizzera cercò di ottenerne degli esemplari per l’allevamento, Non riuscendo a ottenerli legalmente, nel 1906 vennero assunti bracconieri italiani, che trafugarono illegalmente alcuni cuccioli dal Gran Paradiso (territorio di caccia del Re Vittorio Emanuele II) e li portarono in Svizzera. Ogni stambecco che vediamo oggi sulle Alpi è un discendente di quei pochi sopravvissuti del Gran Paradiso. È una delle storie di conservazione di maggior successo a livello mondiale, che ci insegna come l’intervento umano, quando mirato alla protezione, possa invertire il corso dell’estinzione.

La recente scoperta
Una recente ed illuminante ricerca pubblicata sulla rivista L’Anthropologie dagli studiosi Shirin Torkamandi, Marcel Otte e Abbas Motarjem ha portato alla luce nuove prospettive sul ruolo dello stambecco (Capra ibex), svelando la centralità non solo come icona di vigore e ricchezza, ma soprattutto come emblema primario di fertilità e connessione celeste nelle religioni del Vicino Oriente antico; secondo questo studio appena divulgato, sebbene l’addomesticamento della capra sui monti Zagros e in Anatolia circa 10.000 anni fa ne abbia consolidato il valore economico, le radici simboliche dell’animale affondano in epoche ben precedenti, apparendo come mediatore tra il mondo naturale e quello spirituale già nelle espressioni artistiche preistoriche, dove pitture e incisioni rupestri suggeriscono una funzione rituale. L’indagine evidenzia una sorprendente correlazione ancestrale tra lo stambecco e il principio femminile, visibile sin dalla preistoria europea con figure come la Venere di Laussel, che regge un corno, o nella madre ranaldi circondata da animali che alcuni interpretano come cervi ed altri come capre prefigurando così l’integrazione di questi motivi di fecondità nelle complesse mitologie mediorientali; in Mesopotamia, gli autori sottolineano come l’animale fosse sacro a Enki, divinità delle acque dolci, fungendo da portatore di vita e prosperità grazie alla perfetta sincronia tra la sua stagione degli amori e l’arrivo delle piogge autunnali, operando di fatto come un “calendario vivente” per i cicli agricoli. A supporto di questa tesi, lo studio cita prove materiali schiaccianti, come una placca in bronzo dell’Iran occidentale (1500-700 a.C.) raffigurante stambecchi attorno a una donna partoriente, e ceramiche di siti come Susa e Tall-i-Bakun dove l’animale è accostato a simboli solari e stellari, fino a giungere a sepolture femminili di epoca achemenide-scita che ne confermano il legame con la rigenerazione; infine, la ricerca rimarca la dimensione astrale dello stambecco, noto nella letteratura sumera come si-mul (“corno stellare”) e precursore del segno zodiacale del Capricorno, creatura ibrida tra terra e acqua, le cui corna simboleggiano il firmamento, dimostrando come questo animale sia persistito per millenni, dal Paleolitico all’Età del Ferro, come un archetipo dell’inconscio collettivo capace di incarnare i concetti universali di vita, morte e trascendenza cosmica.

Minacce future per il Re della montagna
Sebbene oggi la specie non sia più a rischio immediato di estinzione e conti una popolazione alpina di oltre 50.000 esemplari, non possiamo abbassare la guardia. Lo stambecco affronta nuove e insidiose sfide. La prima è legata proprio alla sua storia: la scarsa diversità genetica. Essendo tutti discendenti di un gruppo ristrettissimo, gli stambecchi attuali sono geneticamente molto simili tra loro (fenomeno noto come “collo di bottiglia”). Questo li rende potenzialmente più vulnerabili a epidemie e malattie, come la rogna sarcoptica o la cheratocongiuntivite infettiva, che possono decimare interi branchi in poco tempo. Un’altra minaccia è rappresentata dal cambiamento climatico. Con l’aumento delle temperature, la vegetazione e i pascoli si spostano sempre più in alto, riducendo l’habitat idoneo per lo stambecco e costringendolo a competere con altre specie, come il cervo o il camoscio, che risalgono dalle quote inferiori. Inoltre, inverni con poca neve o pioggia fuori stagione mettono a rischio la sopravvivenza dei capretti. Anche il disturbo antropico gioca un ruolo negativo. Il turismo di massa, se non regolato, porta escursionisti e fotografi troppo vicini agli animali. In inverno, costringere uno stambecco alla fuga nella neve alta significa fargli sprecare energie preziose che non potrà recuperare, condannandolo spesso alla morte per sfinimento. Per questo è fondamentale osservare da lontano, con rispetto e silenzio. Le organizzazioni e i Parchi stanno monitorando costantemente la salute delle popolazioni, ma anche noi possiamo fare la nostra parte. Rispettare i sentieri, non condurre cani liberi in aree sensibili e non lasciare rifiuti sono piccoli gesti che garantiscono la tranquillità di questi magnifici animali. Lo stambecco è l’anima delle nostre montagne; il suo profilo che si staglia contro il sole è un promemoria della bellezza selvaggia che abbiamo il dovere di custodire. Guardare uno stambecco negli occhi significa guardare la storia delle Alpi.

Scritto da Wildani

